Proteggere i figli è naturale. Ma se le paure degli adulti finiscono in qualche modo per tenerli lontani dal mondo, possono ostacolare proprio quella crescita che si vorrebbe difendere. È uno dei messaggi lanciati da Alberto Pellai - medico, psicoterapeuta dell'età evolutiva e ricercatore all’Università di Milano - ospite il 4 novembre all'Auditorium della Fondazione in occasione dei "Mercoledì della Medicina".
Si trattava del terzo appuntamento - dal titolo “Il disagio giovanile come problema sanitario della comunità” - dell'iniziativa promossa dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Piacenza, con il sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano e la collaborazione scientifica del Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti di Daniele Novara, con l’obiettivo di analizzare il malessere giovanile promuovendo una responsabilità educativa condivisa. Finalità richiamate in apertura dell'incontro dal Presidente dell’Ordine Augusto Pagani, sulla base dell'osservazione che il disagio giovanile non riguarda soltanto chi ne soffre o la sua famiglia, ma diventa una questione sanitaria e sociale che chiama in causa l’intera comunità: “Di fronte all’emergenza di carattere sociale ed educativo nella quale ci troviamo, forse qualcosa di sbagliato abbiamo fatto e stiamo facendo - ha osservato Pagani, invitando a cercare insieme, grazie al contributo e alla competenze degli esperti, strade diverse rispetto alla risposte date finora. L’assessora Nicoletta Corvi, che ha portato i saluti dell’amministrazione comunale, ha richiamato - citando alcuni progetti e collaborazioni già attive a Piacenza - la necessità di una integrazione sempre più stretta tra ambito sociale, educativo e sanitario per intervenire in modo efficace davanti a forme di disagio che emergono sempre più precocemente, perchè - ha sottolineato - “solo lavorando a strettissima maglia riusciamo davvero ad aiutare le persone”.
La riflessione di Alberto Pellai - in dialogo con il giornalista Filippo Mulazzi - è partita da un’immagine, quella dei ragazzi trattati come "pregiati vasi di cristallo" e custoditi sotto una campana di vetro per evitare che si facciano male. Ma l’adolescenza, spiega, è una fase in cui il corpo e le emozioni acquisiscono grande potenza, mentre la capacità di orientarsi matura più lentamente. "I ragazzi hanno una potenza incredibile, ma non ancora la direzione" - osserva Pellai, che parla di "effetto Mustang" della crescita (facendo riferimento al cavallo di grande potenza e difficile da domare) per indicare la naturale energia esplosiva e il desiderio di libertà tipici dell'adolescenza. Per questo, sostiene, non serve comprimere quell’energia: occorre aiutarla a diventare competenza, offrendo esperienze e responsabilità all’interno di una cornice nel quale l’adulto è il principale referente. Se esperienze fuori casa e attività - dallo sport alla musica - hanno a lungo svolto questa funzione, oggi - sottolinea Pellai - molti adolescenti restano confinati nelle proprie stanze, in un mondo digitale che può placare le ansie dei genitori - motivate dal timore che i figli si facciano male -, ma riduce le occasioni che permettevano ai ragazzi di misurarsi con il mondo. Il risultato, afferma, è un paradosso: meno infortuni fisici, ma una crescente fragilità della salute mentale. La risposta non è dunque l’iper protezione, ma trasmettere fiducia ai ragazzi anche quando inciampano. "Potrai cadere, avrai lividi, ma ce la fai", è l’incoraggiamento che l’adulto dovrebbe saper offrire. “Ma quando noi genitori arretriamo, pensando che ai nostri figli venga richiesto troppo dalla vita - evidenzia il relatore -, è come se ci facessimo in qualche modo regolatori della loro capacità di resistere. Il dato di fatto è che noi ci sostituiamo tantissimo alle loro fatiche e questa cosa li rende oggettivamente fragili”. Non si tratta di essere duri per principio, ma di aiutare i figli ad allenare la capacità di affrontare fatiche che non si vorrebbero o non ci si aspetta. Una distinzione - precisa Pellai - che vale anche per gesti comuni, come portare lo zaino scolastico: farlo sempre al posto loro può comunicare, senza volerlo, che non ne sono capaci. La protezione, insomma, non dovrebbe trasformarsi in una barriera contro ogni imprevisto; le sfide devono essere commisurate e non schiaccianti, “non frantumanti, ma attivanti” e in grado offrire occasioni per sviluppare fiducia e resilienza.
Ma il disagio adolescenziale è davvero una novità? E può essere attribuito soltanto alla difficoltà dei genitori di capire i figli? I dolori - la riflessione di Pellai - sono in gran parte quelli di sempre: sentirsi incompresi dagli adulti, soffrire per un’amicizia o un amore, temere il futuro. La differenza, dunque, non sta necessariamente nella natura delle difficoltà, ma nella possibilità di condividerle. Un tempo, ricorda il relatore, c’erano l’amico del cuore, la compagnia da raggiungere e le lunghe telefonate; c’era anche il diario, in cui trasformare in parole scritte ciò che non si riusciva a dire. Oggi, invece, alcuni ragazzi faticano a trovare relazioni in cui sentirsi accolti e ascoltati, una mancanza che può rendere più difficile dare un nome al proprio dolore e affrontarlo. “Credo - l’opinione di Pellai - che il danno più grosso fatto alla pre-adolescenza e all’adolescenza sia la deprivazione delle relazioni nel gruppo dei pari; appartenere, sentire l’appartenenza al gruppo dei pari è un compito evolutivo importantissimo che tutti gli adolescenti hanno sempre cercato di perseguire, a volte mettendo in scena conflitti generazionali e famigliari molto potenti”. Ma anche la rabbia verso un adulto - sottolinea Pellai - può essere compatibile con una crescita sana, se resta entro regole che ne impediscano la deriva distruttiva e se l’adolescente continua a disporre di relazioni e attività con i pari. La conclusione pratica è sostenere entrambe le dimensioni: adulti presenti e responsabili, e spazi sociali in cui i ragazzi possano appartenere, confrontarsi e dare parole al proprio vissuto.

Pellai parla della pre adolescenza come di “età dello tsunami”: una fase in cui, tra gli 11 e i 14 anni, la rabbia può manifestarsi con grande intensità e travolgere anche il rapporto con i genitori, che spesso si sentono feriti e non sanno come rispondere. Il rischio, avverte, è quello di spaventarsi davanti alle reazioni dei figli, cominciando ad evitare ogni intervento che potrebbe scatenarle, oppure vivere determinate parole come un attacco personale, rispondendo con rabbia. Ma in entrambi i casi si perde di vista il compito dell’adulto: contenere la situazione senza alimentare lo scontro: “Il genitore - spiega Pellai - deve rimanere l’adulto della situazione, arginando e transennando con pazienza e attraverso sua competenza”. La risposta non consiste dunque nel tollerare tutto, ma nel ristabilire con calma dialogo e ruoli. Perché questo approccio funzioni, però, la presenza adulta deve essere costruita nel tempo. Anche lo sguardo, la vicinanza non minacciosa e l’attenzione sono strumenti di relazione; altrettanto importante è il quotidiano: le esperienze familiari condivise - come conversazioni, giochi, viaggi e pasti - vanno a costruire un patrimonio relazionale che può aiutare a superare il conflitto.
Per Pellai anche il rapporto tra ragazzi e tecnologia va profondamento ripensato: “Per anni - ha osservato - il digitale è stato presentato come un treno da non perdere, in realtà la promessa di apprendimenti più efficaci e vite amplificate dalla tecnologia non si è realizzata come previsto”. Anche lo smartphone non è più solo uno strumento da utilizzare quando serve, ma è diventato altro: “Il grande inganno è che in realtà è un ambiente di vita” - afferma Pellai. Un luogo, a suo giudizio, capace di intercettare bisogni tipici dell’adolescenza - relazioni, novità e divertimento - e trasformarli in esperienze progettate per mantenere alta l’attenzione. Ma il rischio concreto è che le attività e i rapporti nel mondo reale, più lenti e meno stimolanti, vengano progressivamente trascurati. Da qui la preoccupazione per ragazzi che passano ore davanti allo schermo, anche di notte, e per il ritiro sociale. Su questo tema Pellai articola la prevenzione in tre leve: educare famiglie e comunità (le indicazioni della Società Italiana di Pediatria raccomandano di evitare uno smartphone personale prima della terza media e di rinviare il più possibile l’iscrizione ai social), modificare gli ambienti per ridurre il fattore di rischio (come accade ad esempio nelle scuole cosiddette “smartphone-free”) e introdurre norme a protezione dei minori: “I limiti di età, spiega, non dovrebbero essere letti come una semplice privazione, ma come una tutela per chi non è ancora in grado di proteggersi da solo. Avere un divieto per legge significa anche definire uno standard culturale molto chiaro”.
La riflessione di Pellai sull’emergenza educativa ha toccato anche il vuoto relazionale ed etico che può rendere più difficile riconoscere il valore della vita e dell’altro. Oggi alcuni giovani rischiano infatti di crescere senza strumenti sufficienti per interrogarsi su ciò che è giusto o sbagliato. "Anche da qui - sottolinea - bisogna ripartire per rimediare all’emergenza educativa”, recuperando una visione della vita capace di dare spazio alla dimensione spirituale. “Spiritualità vuol dire porsi le grandi domande della vita” - osserva il relatore, ricordando come questi interrogativi aiutino a costruire freni e criteri di scelta. Pellai attribuisce alla scuola - definita “l’ultimo presidio realmente tale dell’educazione” - un ruolo decisivo. La questione, però, non si esaurisce tra i banchi, sui quali i ragazzi trascorrono solamente parte della giornata: “Il grande tema non è quello che avviene a scuola, ma ciò che succede fuori, quali sono i mondi in cui nel resto del tempo vengono immersi i corpi e i cervelli dei nostri figli: e io non ho mai visto un contesto socioculturale così tossico e fornitore di bruttezza e disvalori come quello in cui si muovono i nostri ragazzi”. E così - citando un episodio personale - anche un confronto su una canzone dai toni offensivi diventa non motivo di censura, ma l’occasione per parlare delle parole con cui ciascuno sceglie di rivolgersi agli altri e dei codici culturali che si porta dietro. Agli adulti, in fondo, spetta accompagnare e aiutare i ragazzi a scegliere ciò che li nutre. Una responsabilità che chiama in causa non solo la scuola, ma l’intera comunità.