SI è parlato di scuola - come contesto educativo e non solo istruttivo - nel secondo appuntamento de “I Mercoledì della Medicina”, iniziativa promossa dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Piacenza, con il sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano e la collaborazione scientifica del Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti di Daniele Novara, che in questa nuova edizione si pone l’obiettivo di analizzare il malessere giovanile come problema di salute pubblica e favorire il dialogo tra sanità, scuola, famiglie e istituzioni, promuovendo una responsabilità educativa condivisa.

Ospiti dell’incontro - dal titolo “A scuola per imparare a vivere” e ospitato mercoledì 21 ottobre all’Auditorium della Fondazione - sono stati Milena Santerini e Pierpaolo Triani, pedagogisti e docenti dell’Università Cattolica, in dialogo con la giornalista Nicoletta Bracchi: dal rapporto scuola–famiglia, al tema dell’autorevolezza e della delegittimazione dell'autorità docente, l’appuntamento ha voluto analizzare le difficoltà educative nel contesto scolastico attuale, con l'obiettivo di valorizzare il ruolo degli insegnanti come figure educative e promuovere alleanze efficaci. “È un'occasione - ha sottolineato in apertura il Presidente dell’OMCeO Piacenza Augusto Pagani - per riflettere e porsi alcune domande con l’obiettivo di trovare insieme una via per uscire da una situazione complessa, che coinvolge non solo i ragazzi ma anche il mondo degli adulti: abbiamo pensato a questo ciclo per spaziare a 360 gradi sui diversi contesti, da quello famigliare, alla scuola, alla sanità, allo sport, nella speranza di aprire una discussione a più voci e con il contributo di esperienze diverse”. "Esiste un tema di ascolto e relazione con i ragazzi che non possiamo bypassare - ha osservato l’assessore alle politiche giovanili, università e ricerca Francesco Brianzi -. Come amministrazione comunale abbiamo commissionato alcuni studi per leggere la condizione giovanile a Piacenza, sono stati anche anni di grande trasformazione per il sistema scolastico locale - guardiamo agli istituti comprensivi - e penso inoltre alle iniziative finanziate dal Comune sugli sportelli di ascolto, tutti strumenti che dovrebbero servirci in ultima istanza a tornare dai ragazzi e chiedere loro non solo come stanno, ma anche a programmare nei loro interessi. Serve parlare con i ragazzi, creare una relazione: se la politica fosse in grado di fare ciò che deve essere fatto e poi fare un passo indietro per lasciare all'autonomia scolastica e ai giovani uno spazio che sia davvero di decisione, probabilmente tante criticità alle quali stiamo assistendo si risolverebbero”. 

“Non possiamo rinunciare ad educare”. Così ha aperto la sua riflessione la professoressa Milena Santerini, che inquadra il momento attuale come una fase di transizione tra modelli autoritari del passato e una società segnata dall’iper‑individualismo: “Ci troviamo in mezzo al guado - ha fatto notare - non possiamo andare avanti in questa direzione, ma nemmeno tornare indietro. Il mondo degli adulti ha in qualche modo sempre temuto i giovani, cercando di contenerli e di impedire loro di prendere, per così dire, il potere; dobbiamo però comprendere, a partire dal piano biologico e fisico, ma anche sociale, che siamo di fronte a una forza che deve esprimersi ed è in grado di manifestare potenzialità bellissime, pur potendo sfuggire al controllo”. Per Santerini, punire ed educare sono due facce della stessa medaglia: “Non possiamo dividerci tra buonisti e cattivisti, non dovremmo scegliere tra ascolto e regole, né tra cura e responsabilità. Ascoltare e stabilire regole sono due modi di educare nello stesso processo; curare, comprendere e responsabilizzare sono due facce della stessa questione educativa”. “Le nuove generazioni - ha spiegato - riflettono una società con un desiderio illimitato: puoi avere tutto, ma non forniamo gli strumenti per raggiungere questi obiettivi. In questa società, molto radicalizzata, polarizzata e vittimista, è accaduto che i bambini siano diventati un bene preziosissimo: sono pochi e hanno dato vita alla figura del “bambino re”, che comanda e può dire e desiderare ciò che vuole. Uno studio ha mostrato che alla fine degli anni Ottanta l’obbedienza era un valore per il 40% delle persone; oggi, in Inghilterra, la percentuale è scesa al 12% e negli Stati Uniti al 20%. L’obbedienza non è più considerata un valore, e alla sua caduta drastica corrisponde un raddoppio del valore dell’indipendenza”.

Mercoledì della Medicina Incontro professori Santerini e Triani

Un altro aspetto della crisi educativa - sottolinea Santerini - riguarda il “credo dell’autorealizzazione”: “Oggi diciamo a bambini e ragazzi di diventare se stessi, abbiamo puntato sull’autoregolazione ma abbiamo abbandonato i giovani, lasciandoli soli in questo compito. La nuova educazione, centrata sulla persona, sull’ascolto e sull’autorealizzazione, è stata una reazione, soprattutto nel Dopoguerra, alla cosiddetta pedagogia nera, una pedagogia della sottomissione e della violenza fisica o psicologica: ma non possiamo tornare indietro, la risposta alla deriva egoistica, narcisistica e individualistica della società attuale, e ai nostri ragazzi spesso maleducati e violenti, può risiedere solo nel conciliare libertà e responsabilità”. Quindi una riflessione sulla scuola: “Non possiamo non partire dai ragazzi, naturalmente per proporre obiettivi elevati; ma per fissare obiettivi alti dobbiamo partire dai bisogni, dalle conoscenze e dalle loro difficoltà. Serve una nuova passione educativa - ha esortato - difficile però da coltivare per una scuola mortificata, per un ruolo docente messo a dura prova e per adulti infantilizzati”. La professoressa Santerini delinea tre sfide prioritarie per il mondo della scuola: la prima riguarda il tempo, necessario per inclusione e integrazione (“altrimenti si rischia una scuola a due velocità”), la seconda il limite (“bisogna educare i ragazzi al limite delle regole, ma anche a superare i propri limiti con una scelta consapevole”), l’ultima la costruzione di una comunità educativa ponendo la relazione al centro e accogliendo le differenze. “Non dobbiamo aver paura di affrontare i ragazzi, di capire il loro disagio e fissare quei limiti che rendono anche loro più felici - ha concluso - e in questo contesto la scuola mantiene un ruolo importantissimo: quello di educare istruendo e istruire educando”.

Ma se la scuola ha chiaramente un ruolo educativo - ha osservato il professor Pierpaolo Triani - allo stesso tempo oggi è caricata di troppe richieste alle quali fatica a rispondere: “È sbagliato in linea di principio attribuire alla scuola l’unica responsabilità educativa - afferma -, occorre recuperare seriamente il ruolo educativo della famiglia e quello formativo dei territori e dei dispositivi sociali territoriali”. Triani ha proposto un riflessione sulle “fatiche” del sistema scolastico attuale: “La prima è proprio quella di trovarsi solo nel sostenere l’intero impegno educativo; la seconda fatica riguarda il fatto che le scuole incontrano da molti anni una pluralità: ciascuna classe è un microcosmo, nel quale circa un quarto degli studenti richiede attenzioni specifiche che l’istituzione, da sola, fatica a garantire”. Alle scuole vengono poi attribuite finalità elevate - ecco una terza difficoltà - ma la sua organizzazione non sempre è corrispondente: “Di conseguenza, nonostante ogni sforzo, si rischia addirittura di generare disagio anziché prevenirlo” - rimarca il professor Triani, che richiama inoltre l’indebolimento della fiducia tra scuola e famiglie: “Il rapporto si è trasformato da un’alleanza tra due istituzioni a una richiesta di servizio individuale che la scuola non può offrire, poiché costruisce classi. Occorre quindi lavorare sull’alleanza scuola-famiglia nel medio e lungo periodo, senza limitarsi a interventi brevi". Secondo il relatore, la sfida principale riguarda la cultura educativa attuale: “Assistiamo alla compresenza di due eccessi: da un lato l’eccesso di cura che si trasforma in servilismo verso l’infanzia, dall’altro l’eccesso di richiesta di prestazioni. Entrambi i fattori producono un effetto comune: la maggior parte dei ragazzi, se non accompagnata da adulti capaci di interpretare i processi, prova un senso di impotenza. E come affermava Maria Montessori, l’impotenza genera prepotenza e la prepotenza genera rabbia: una riflessione utile per leggere la situazione attuale dei giovani, dove la rabbia spesso nasconde un senso di impotenza. La scuola deve quindi essere un luogo di cura e non di servilismo, di performance formativa e non assoluta”. 

Per restituire alla scuola un ruolo educativo efficace, sostentuto dall'intera comunità, è necessario - la posizione di Triani - un intervento sistemico, operando su più livelli: da quello culturale (restituzione di senso e valori da parte degli adulti), a quello formativo (che coinvolga insegnanti, genitori e ragazzi ), senza dimenticare l’aspetto territoriale - con la costruzione di presìdi con educatori, psicologi e figure multidisciplinari che non si limitino ad ascoltare i ragazzi, ma sostengano le scuole - organizzativo (da ripensare per andare incontro alle esigenze attuali) e didattico. “Ho messo al primo posto il livello culturale poiché oggi dobbiamo offrire ai ragazzi una narrazione diversa - ha concluso -. Se proponiamo un racconto che accresce impotenza e rabbia non diamo loro ragioni per sperare, se invece gli adulti, a partire dagli insegnanti, riusciranno a testimoniare una coerenza e una possibilità di vivere, questo sarà un passaggio importante”.